I.Art.E
Ideias ... MÚSICA
Canto
gregoriano: i pensieri segreti di Joseph Ratzinger
Sono ben spiegati da un grande esperto di musica liturgica: Giacomo Baroffio.
Col gioco
di un immaginario discorso scritto dall’attuale papa e di una richiesta di
perdono rimasta nel cassetto del predecessore
di Sandro Magister
ROMA, 9 ottobre 2006 – Poniamo che il documento che segue sia il discorso che
Benedetto XVI ha preparato in vista della prossima festa di santa Cecilia,
patrona della musica, che cade ogni anno il 22 novembre.
A scovarlo e a trasmetterlo come tale a www.chiesa è stato il professor Giacomo
Baroffio, uno dei maggiori specialisti al mondo di canto gregoriano e di musica
liturgica.
Assieme a questo testo, Baroffio ci ha trasmesso anche un altro inedito: la
richiesta di perdono che Giovanni Paolo II avrebbe scritto per la festa di santa
Cecilia del 2003, ma che poi avrebbe rinunciato a pronunciare.
Al posto di quel discorso penitenziale, il 22 novembre di quell’anno papa Karol
Wojtyla firmò invece – per davvero – un chirografo sulla musica sacra che
Baroffio giudica molto deludente: “una commemorazione accademica che si trascina
stanca da una citazione all’altra di documenti magisteriali”.
Più sotto, in questa pagina, sono riprodotti alcuni passaggi di quella richiesta
di perdono di Giovanni Paolo II che non ha mai visto la luce.
Ma anche il discorso di Benedetto XVI qui dato in anteprima non sarà mai
pronunciato.
Perchè quello escogitato dal professor Baroffio è un gioco.
Un gioco però molto serio.
Il pensiero di papa Joseph Ratzinger sulla musica liturgica è noto: l’ha
spiegato negli anni in articoli, libri e discorsi.
Sono noti anche i bisogni, le attese e le difficoltà della Chiesa in questo
campo.
L’immaginario nuovo discorso attribuito a Benedetto XVI è la logica somma di
questi due dati.
Discorso non vero, dunque, ma verosimile. Ideato come gioco, ma espressivo di un
sogno che con questo papa può divenire realtà.
Eccolo:
”Non lascerò deluse le vostre aspettative...”
di “Benedetto XVI, 22 novembre 2006”
Diletti fratelli nell’episcopato! Cari musicisti di Chiesa! Ho l’immensa gioia
di accogliere da ogni parte d’Europa una folta rappresentanza dei musicisti
impegnati nel servizio liturgico. Saluto tutti voi che siete venuti qui a nome
personale o quali testimoni qualificati di numerose associazioni e gruppi. Per
tutti permettetemi di porgere un cordialissimo benvenuto ai giovanissimi artisti
bavaresi, i “Domspatzen” che hanno arricchito di decoro le celebrazioni che ho
presieduto nel duomo di Ratisbona, e alla presidenza della “Consociatio
Internationalis Musicæ Sacræ” con cui ho collaborato più volte.
Conoscete tutti la mia passione per la musica e molti di voi conoscono forse le
pagine dove ho fissato le riflessioni sulla liturgia e sulla musica durante la
mia missione di docente universitario e il mio ministero di pastore a Monaco e a
Roma. Da parte mia ho letto con interesse, talora con non celato stupore e
fremito, alcune pagine che esprimevano vari giudizi, desideri e timori quando
sono stato chiamato a succedere al beneamato pontefice e mio predecessore
Giovanni Paolo II. Vescovo oggi di Roma, proprio perché sento una particolare
propensione per la musica, permettetemi di rivolgermi a voi con familiarità e
semplicità, direi quasi con la confidenza che abbatte diffidenze e timori tra
amici.
È mio fermo convincimento che nella Chiesa cattolica l’impegno musicale sia
scarso. Ciò dipende certamente da aspetti musicali quale, ad esempio, può essere
qui in Italia, l’analfabetismo diffuso al quale sono condannati i giovani che
non trovano nell’istituzione scolastica un adeguato aiuto formativo. Il
problema, a mio modesto avviso, è tuttavia ben più grave e trascende il campo
della musica; riguarda tutto il nostro continente e il mondo intero.
Dove non c’è profondo interesse per la musica sacra è perché prima ancora non
c’è attenzione alla liturgia. Una perversa infiltrazione mondana ha stravolto l’ordine
delle cose e ha favorito il sorgere e il diffondersi di un nefasto convincimento:
la liturgia sarebbe una serie di operazioni culturali fatte dall’uomo secondo i
propri gusti individuali, come piace, quando piace, se piace. Si è perso il
senso mistico di ciò che nella Chiesa e per la vita della Chiesa è stato – ed è
ancora – l’”Opus Dei”: l’opera che noi realizziamo nei confronti di Dio elevando
a Lui la nostra preghiera, ma prima ancora – ed è la cosa più importante, l’essenziale
– è quanto lo Spirito di Dio realizza nel nostro cuore e porta a compimento
quando nella sua totalità della nostra persona siamo trasfigurati e resi capaci
di rivolgerci a Dio con il dolce appellativo di “abbà”, babbo.
La liturgia non è un momento che si possa relativizzare nel cammino di fede, che
si possa fare od omettere a piacimento, e neppure può essere manipolata e
stravolta nell’affannosa ricerca di trovare adesione e plauso. La liturgia è un
momento privilegiato e unico nella storia della salvezza: vede come protagonista
Cristo Signore che ci chiama alla sua sequela attraverso il nascondimento di
Nazareth e la vita pubblica negli impegni sociali, nel diffondere la buona
novella delle Beatitudini e nello stupore silenzioso dell’adorazione. La
liturgia è prima di tutto fare memoria della passione morte risurrezione del
Signore che ha aperto il suo cuore confidando i segreti più intimi attraverso le
parole del Vangelo.
Per questi motivi, cari amici, la vostra formazione di musicisti di Chiesa non
può limitarsi alle esercitazioni corali, allo studio dello strumento e all’approfondimento
delle tecniche compositive. Anche nel vostro itinerario formativo c’è una
priorità: una rigorosa e insieme appassionata presa di contatto con la Parola di
Dio. Questo impegno trova un suo sostegno nello studio della vita della Chiesa e
del divenire storico dei riti liturgici, del loro significato teologico e
spirituale. Queste conoscenze non devono certo limitarsi alla sfera di uno
sterile nozionismo, ma sono l’inizio di un cammino verso la maturazione
interiore che introduce alla sapienza spirituale, al gusto delle cose di Dio, a
percepire la realtà e il valore della liturgia nella vita quotidiana.
Penserete allora: tra poco il papa ci dirà che dobbiamo cantare solo il canto
gregoriano. D’istinto lo direi, e con grande commozione. Ma mi trattengono due
considerazioni: la prima, tragica – conosco il peso di questa parola! – è che
pochissime comunità sarebbero oggi in grado di svolgere un programma musicale
impegnativo in modo dignitoso. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze: il
canto gregoriano, quello che noi oggi cantiamo a una sola voce, è quanto di più
difficile ci sia da interpretare in modo creativo. Penso, tra l’altro, alla
linea semplice della salmodia: la sua esecuzione limpida richiede una tensione
spirituale e una correttezza verbale che si acquisiscono solo in un diuturno
impegno sul fronte della preghiera personale e del canto comunitario.
La seconda considerazione: il canto gregoriano costituisce un’esperienza
fondamentale e ancora attuale nella vita della Chiesa come, in misura diversa,
può dirsi anche della polifonia sacra. Ma la vitalità della Chiesa, che pure si
manifesta nell’attualizzare oggi l’esperienza orante del passato (non perché è
del passato, ma perché i nostri padri hanno raggiunto un valore di perenne
attualità), esige una sapiente composizione sinfonica tra “nova et vetera”, tra
conservare et innovare.
Alcuni di voi resteranno delusi, ma occorre fare delle scelte oculate e prudenti
in questo momento particolarmente critico nella vita della comunità cristiana.
Essa è smarrita, confusa, ha perso o non trova precisi punti di riferimento. Non
ritengo opportuno dire che questo o quello è vietato. Penso che le catechesi del
magistero ecclesiale e le norme del diritto canonico siano già sufficientemente
esplicite e chiare. Sono convinto che la cosa più urgente da fare sia il
ricupero dell’identità cristiana attraverso un rinnovato impegno spirituale.
Musicisti di Chiesa, prima di cantare, suonare e comporre qualche brano che
serva alla glorificazione di Dio e alla santificazione della vostre assemblee,
pregate, meditate sulla Parola e sui testi della sacra liturgia. Pregate.
Ritagliatevi spazi di silenzio per l’adorazione, inginocchiatevi davanti all’Eucaristia,
regalatevi ore di adorazione attonita. Il rinnovamento della musica sacra esige
una profonda pietà che sboccia dall’ascolto della Parola e dalla preghiera che
da essa deriva. Gettiamo le fondamenta per un rinnovato edificio ecclesiale che
si distingua per bellezza e armonia, luminosità e trasparenza.
Affinché questo cammino trovi un impulso concreto e fattivo, vorrei rivolgere un
pressante invito a voi, miei diletti fratelli nell’episcopato. Curate la
formazione del clero! Aiutate i seminaristi a divenire ministri della Parola e
non freddi burocrati e meri organizzatori. Sia incoraggiato ciascuno a trovare
il tempo dell’”otium” necessario a coltivare le letture che non servono
direttamente a passare gli esami scolastici, ma che sono necessarie alla
formazione integrale della persona: letture di testi poetici, letture e ascolto
della musica, letture delle opere delle arti pittoriche e scultoree, letture
delle architetture che danno il senso degli spazi interiori protesi non verso
l’alto, bensì verso l’Altissimo.
Nei seminari sia coltivata la musica quale scoperta ed esperienza vissuta di
inedite e sconfinate vibrazioni interiori. Sia cantato ogni giorno in modo
dignitoso qualche brano del patrimonio gregoriano anche nell’intento di fornire
ai nuovi pastori d’anime il senso del canto liturgico. Essi acquisteranno così
un solido criterio di valutazione per accogliere in futuro nuove composizioni,
differenti sì nel linguaggio, ma simili nel significato spirituale.
Non vi trattengo oltre, cari amici, ma vi assicuro che siete presenti al mio
cuore. Non lascerò deluse le vostre aspettative per un rinnovamento della musica
sacra. Spero di potervi donare tra non molti mesi un documento ufficiale, forse
un’enciclica o forse un “motu proprio”. Penso a un testo che affronti in modo
positivo e sistematico le questioni della musica sacra, una “magna charta” che
delinei l’universo liturgico e la sua musica, fornisca spunti di riflessione
teologico-spirituali e chiare linee operative.
Cari musicisti di Chiesa! Spero di ritrovarvi presto pervasi di quella
sensibilità che rende tutti voi attivi collaboratori nel campo del Signore.
Bandite concordi la zizzania effimera della banalità e dello squallore,
coltivate i fiori della bellezza rigogliosa che espande il profumo dello Spirito.
Le vostre voci siano profezia della Parola che annuncia un’alba radiosa di
speranza nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
__________
E questi sono alcuni passaggi del discorso che papa Wojtyla – nel gioco serio
ideato dal professor Baroffio – avrebbe scritto ma non pronunciato nella festa
di santa Cecilia del 2003:
”Di questo chiedo oggi perdono...”
di “Giovanni Paolo II, 22 novembre 2003”
Diletti fratelli nell’episcopato! Carissimi credenti in Cristo Gesù benedetto!
[...] Più volte nel corso del mio lungo pontificato ho avvertito l’urgenza di
chiedere perdono delle colpe di cui la Chiesa si è macchiata nel corso dei
secoli. [...]
In campo musicale, negli ultimi decenni e anche durante il mio pontificato, ho
assistito a un fenomeno deleterio per la Chiesa tutta. [...] Sono rimasto
travolto anch’io – e di questo oggi chiedo perdono a Dio e a voi domando
clemenza – dalla mentalità secolare che si annida in tanti risvolti della vita
ecclesiale. [...] Ho permesso che le mode del mondo entrassero nel tempio con
proposte sollecitate dalla paura di non aver séguito, suggerite dal bisogno di
avere subito risultati rassicuranti. Ho dimenticato quanto diceva nei giorni
conciliari un mio sapiente amico, il card. Suenens: “Chi sposa la moda oggi,
domani è vedovo”.
Ho favorito in tutto la moda del banale, lasciando che una marea di rumori
bizzarri soffocassero le melodie gregoriane che prima di essere canto, sono
preghiera. Perché? Per il semplice fatto che a un certo momento – come un amico
fedele di Dio, il rabbino Abraham Joshua Heschel, ha rilevato in campo ebraico –
anche noi ci siamo preoccupati più di riempire di folla anonima i luoghi di
culto invece di sforzarci con il massimo impegno a colmare il cuore dei fedeli
con la Parola di Dio. [...]
Ho di fatto permesso, tra le altre cose, l’espulsione del gregoriano dalla
liturgia e ho favorito, invece, il diffondersi di schiamazzi e sdolcinature che,
al di là dell’inconsistenza artistica, non sono in grado di orientare i cuori a
Dio. [...]
Con sole belle parole di elogio nei confronti del canto gregoriano ho
contribuito a che si commettesse un furto che spero non sia irreparabile. Ho
sottratto al popolo di Dio un bene che gli era stato dato dallo Spirito mediante
la missione di tanti poeti e cantori che nei secoli hanno costruito quel
monumento a Dio nel segno della bellezza. Anche per questo motivo tante
celebrazioni, così mi si dice, sono momenti di alienazione nella noia e nello
squallore che una prassi legalista non è in grado di riscattare.
Una parola è per voi, giovani di tutto il mondo che tengo stretti al mio cuore.
[...] Penso con una tristezza all’euforia che ha pervaso tanti nostri incontri
oceanici, spesso bolle di sapone scomparse nel nulla lasciando amare lacrime di
cocenti delusioni. [...]
Vorrei, infine, sollecitare i pastori a ribadire con forza la centralità della
vita liturgica e della sua musica nell’esistenza cristiana. L’indifferenza verso
la musica sacra è tanto più biasimevole in quanto tale atteggiamento di fatto
nasconde un totale disinteresse verso la liturgia stessa. Dico liturgia e musica
sacra, non parlo dei loro nefasti surrogati. L’autenticità dell’esperienza
liturgica non è confermata dall’accoglienza entusiastica del momento, dalla
folla che fa ressa intorno all’anziano pontefice. La liturgia è autenticata
dalla carità che si fa operosa nel nascondimento ed è alimentata dal silenzio
dell’adorazione. Silenzio da cui è nato il canto gregoriano mille e più anni or
sono, silenzio che anche oggi è l’unico spazio vitale in cui potrà prendere
corpo il nuovo canto per la liturgia di domani. [...]
Perdonatemi, fratelli e figli! Mi conceda Dio l’audacia filiale di rivolgermi a
Lui, sorretto anche dal canto delle vostre assemblee. Impegnatevi a trovare le
vie per ricuperare nel timore e tremore dell’adorazione il canto gregoriano:
guida sul nostro cammino di fede, luce che illumina le parole dell’eterno Padre
e del Figlio suo benedetto nella potenza soave dello Spirito. Amen!
__________
Giacomo Baroffio, autore dei testi sopra riportati, è uno dei maggiori studiosi
al mondo di canto gregoriano, canto romano antico, canto ambrosiano e liturgie
medievali.
Insegna storia della musica medievale e storia della liturgia all’Università di
Pavia – nella facoltà di musicologia a Cremona – e paleografia musicale
medievale all’Università Cattolica di Milano.
Dal 1982 al 1995 è stato docente di canto gregoriano e preside, a Roma, del
Pontificio Istituto di Musica Sacra, il conservatorio musicale della Santa Sede.
Nato a Novara nel 1940, ha studiato in Italia violino e armonia, in Germania
musicologia, storia dell'arte, filosofia e liturgia, e a Roma – come benedettino
– teologia e spiritualità monastica.
È direttore della “Rivista Internazionale di Musica Sacra”. È autore di libri e
saggi pubblicati in più lingue. Ha curato e diretto incisioni discografiche di
canto gregoriano e ambrosiano.
Fonte: www.chiesa