I.Art.E
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Ho fatto un sogno: è risorta la musica di Palestrina e Gregorio Magno Intervista esclusiva col maestro Domenico Bartolucci.
Chi e perchè ha soffocato il canto gregoriano e la polifonia. E
come ridar loro vita. Benedetto XVI? “Un Napoleone senza generali” |
ROMA, 21 luglio 2006 – Il concerto diretto nella Cappella Sistina a fine giugno
dal maestro Domenico Bartolucci, in onore e alla presenza di Benedetto XVI, ha
sicuramente segnato un punto di svolta, nella disputa sul ruolo che la musica ha
e avrà nella liturgia cattolica.
Ma questo punto di svolta è per ora solo simbolico.
Il nuovo tragitto è autorevolmente segnato. “Un autentico aggiornamento della
musica sacra non può avvenire che nel solco della grande tradizione del passato,
del canto gregoriano e della polifonia sacra”, disse in quell’occasione
Benedetto XVI. Un papa di cui “tutti conoscono l’amore grandissimo per la
liturgia e quindi per la musica sacra”, aveva sottolineato Bartolucci nel suo
saluto.
Ma il traguardo appare ancora molto lontano. Delle sventure che si sono
abbattute sulla musica liturgica nell’ultimo mezzo secolo, il novantenne
Bartolucci è un testimone di prim’ordine. Grandissimo interprete del gregoriano
e della polifonia di Giovanni Pierluigi da Palestrina, e nello stesso tempo
vittima del loro quasi azzeramento.
Quando la curia di Giovanni Paolo II ordì e attuò l’estromissione di Bartolucci
da direttore del coro papale della Cappella Sistina, solo Joseph Ratzinger,
allora cardinale, fu dalla sua parte.
Ora che Ratzinger è divenuto papa, le chance che si inverta il corso della
storia e che il gregoriano e la polifonia ritrovino centralità nella Chiesa sono
reali. Ma nè Benedetto XVI nè Bartolucci sono così ingenui da non percepire
l’estrema difficoltà dell’impresa.
Perchè la Chiesa torni ad attingere al tesoro della sua grande musica sacra
occorre infatti una formidabile opera di rieducazione, liturgica prima ancora
che musicale.
È quello che Bartolucci fa capire nell’intervista da lui rilasciata a
“L’espresso” n. 29, 2006, e riprodotta integralmente qui sotto.
In essa egli dice tra l’altro:
“Io sono ottimista per volontà, ma giudico la situazione attuale
realisticamente, e credo che un Napoleone senza generali possa far poco”.
Che Benedetto XVI sia in questo campo un “Napoleone senza generali” lo si è
visto, ad esempio, nella veglia e nella messa da lui presiedute e celebrate a
Valencia lo scorso 8-9 luglio, organizzate dal pontificio consiglio per la
famiglia e dalla conferenza episcopale spagnola.
La veglia seguiva pedissequamente i canoni degli show televisivi, con
presentatori, ospiti, comici, cantanti e ballerini.
Mentre la messa, nei suoi canti, riproduceva lo stile “popolare” invalso durante
il pontificato di Giovanni Paolo II: stile impietosamente descritto e giudicato
da Bartolucci nell’intervista che segue.
Ecco dunque la fiammeggiante intervista, raccolta e trascritta dall’esperto di
musica classica del settimanale “L’espresso”, Riccardo Lenzi:
Quando il cantore era come un sacerdote
Intervista con Domenico Bartolucci
D. – Maestro Bartolucci, ben sei papi hanno assistito ai suoi concerti. In quale
di loro ha trovato maggior sapienza musicale?
R. – Nell'ultimo, Benedetto XVI. Suona il pianoforte, è un profondo conoscitore
di Mozart, ama la liturgia della Chiesa e di conseguenza tiene in somma
considerazione la musica. Anche Pio XII l’amava molto e spesso suonava il
violino. La Cappella Sistina deve poi moltissimo a Giovanni XXIII. Da lui nel
1959 ebbi l’approvazione per il progetto di ricostituzione della Sistina che
purtroppo, anche a causa della malattia del precedente direttore Lorenzo Perosi,
era in condizioni precarie: non aveva più un organico stabile, un archivio
musicale, né una sede. Allora si ottenne la sede, si congedarono i falsettisti e
si definì l’organico dei cantori con i relativi stipendi; finalmente si poté
anche istituire la scuola dei ragazzi. Poi venne Paolo VI, ma lui era stonato e
non so quanto apprezzasse la musica.
D. – Perosi, il cosiddetto rifondatore dell’oratorio italiano?
R. – Perosi era un autentico musicista, un uomo impastato di musica. Ebbe la
fortuna di dirigere la Sistina ai tempi del Motu Proprio sulla musica sacra che
voleva giustamente purificarla dal teatralismo di cui si era imbevuta. Poteva
dare un nuovo impulso alla musica di Chiesa, ma purtroppo non aveva una
conoscenza adeguata della polifonia palestriniana e delle tradizioni sistine.
Del canto gregoriano poi affidò la direzione al vice maestro! Le sue
composizioni liturgiche spesso sono state d’esempio per lo stile superficiale
del cecilianesimo, lontano da quella perfetta fusione tra testo e musica.
D. – Perosi faceva il verso a Puccini...
R. – Ma il lucchese era un uomo intelligente. E poi i suoi “fugati” erano ben
superiori a quelli del tortonese.
D. – In qualche maniera Perosi è stato l'antesignano dell’attuale
volgarizzazione della musica sacra?
R. – Non proprio. Oggi nelle chiese sono di moda le canzonette e lo strimpellio
delle chitarre, ma la colpa è soprattutto delle idee sbagliate di pseudo
intellettuali che hanno creato questa degenerazione della liturgia e quindi
della musica, travolgendo e disprezzando l’eredità del passato e credendo di
ottenere chissà quale bene per la gente. Se l'arte della musica non torna alla
grande arte, non ad un accomodamento o a un sottoprodotto, non ha alcun senso
interrogarsi sulla sua funzione per la Chiesa. Io sono contro le chitarre, ma
anche contro la faciloneria della musica ceciliana: più o meno è la stessa
zuppa! Il nostro motto deve essere: torniamo al canto gregoriano e alla
polifonia palestriniana e proseguiamo su questa strada!
D. – Quali sono le iniziative che Benedetto XVI dovrebbe prendere per realizzare
questo disegno, in un mondo fatto di discoteche e ipod?
R. – Il grande repertorio di musica sacra che ci è stato consegnato dal passato
è costituito dalle messe, dagli offertori, dai responsori: prima non esisteva
liturgia senza musica. Oggi colla nuova liturgia questo repertorio non ha più
spazio, è una stonatura, inutile illudersi. È come se Michelangelo per il
giudizio universale avesse avuto a disposizione un francobollo! Mi dica lei come
è possibile oggi eseguire un Gloria o addirittura un Credo. Per prima cosa
dovremmo tornare, almeno per le messe solenni e per le feste, a una liturgia che
dia spazio alla musica e che si esprima nella lingua universale della Chiesa, il
latino. In Sistina, dopo la riforma liturgica, ho potuto mantenere vivo il
repertorio tradizionale della Cappella solo nei concerti. Pensi che la Missa
Papae Marcelli di Palestrina non si canta più in San Pietro dai tempi di papa
Giovanni! Ci fu concesso benignamente di eseguirla per l’anno palestriniano e la
volevano senza il Credo, ma quella volta fui irremovibile e si eseguì tutta.
D. – Pensa che l'assemblea dei fedeli dovrebbe partecipare cantando in
gregoriano alla celebrazione dei riti?
R. – Sull’esecuzione del canto gregoriano bisogna fare delle distinzioni. Una
parte del repertorio, ad esempio gli introiti o gli offertori, richiede un’arte
raffinatissima che può essere interpretata compiutamente solo da veri artisti.
C’è poi anche un repertorio cantato dal popolo: penso alla messa “degli Angeli”,
alle musiche processionali, agli inni. Era commovente il canto popolare del Te
Deum, del Magnificat, delle litanie, musiche che la gente aveva assimilato e
fatto sue, ma oggi anche di questo è rimasto ben poco. Inoltre il gregoriano è
stato falsato dalla teoria ritmica ed estetica dei benedettini di Solesmes. Il
canto gregoriano è nato nei secoli di ferro, deve essere virile e forte, altro
che le dolcezze e i comodi adattamenti dei giorni nostri.
D. – Pensa che le tradizioni musicali del passato si stiano estinguendo?
R. – Cosa vuole: se non c'è la continuità che le mantiene vive sono destinate
all’oblio e l’attuale liturgia di certo non le favorisce... Io sono ottimista
per volontà, ma giudico la situazione attuale realisticamente, e credo che un
Napoleone senza generali possa far poco. Oggi il motto è “andare al popolo,
guardarlo negli occhi”, ma sono tutte storie! Facendo così finiamo per celebrare
noi stessi: il mistero e la bellezza di Dio sono allontanati. In realtà
assistiamo alla decadenza dell'Occidente. Un vescovo africano una volta mi
disse: “Speriamo che il concilio non ci tolga il latino dalla liturgia,
altrimenti nel mio paese prevarrà una babele di dialetti”.
D. – Giovanni Paolo II è stato un po' accomodante su questi temi?
R. – Nonostante diversi richiami, nel suo pontificato si è consolidata la crisi
della liturgia. A volte proprio le celebrazioni papali hanno contribuito ad
affermare questo nuovo indirizzo con balli, balletti e tam tam. Una volta andai
via dicendo: “Mi richiamate quando è finito lo spettacolo!” Capisce bene che se
da San Pietro danno questi esempi, i richiami e i lamenti non servono a niente.
Io di questo ho sempre protestato. E anche se mi hanno buttato fuori con la
scusa degli 80 anni, non me ne pento.
D. – Cosa voleva dire, una volta, cantare nella Cappella Sistina?
R. – Il luogo e il coro erano un tutt'uno, così com'erano un tutt'uno la musica
e la liturgia. La musica non era un semplice ornamento, ma dava vita al testo
liturgico e il cantore era come un sacerdote.
D. – Ma oggi si può comporre proseguendo lo stile gregoriano?
R. – Bisognerebbe ritrovare quello spirito, intanto, di solidità. Ma la Chiesa
ha fatto l'opposto favorendo motivi facili, orecchiabili, canzonettistici. Così
credeva di piacere alla gente, e ha proseguito per questa strada. Ma l'arte non
è questo. La grande arte è densità.
D. – Non vede qualche compositore, oggi, in grado di resuscitare una tale
tradizione?
R. – Non è una questione d'ingegno: non c'è più l'ambiente. La colpa non è dei
musicisti, ma di quello che si richiede loro.
D. – Eppure i monaci di Santo Domingo de Silos, con il gregoriano, hanno venduto
milioni di dischi. Similmente la Terza sinfonia di Henryk Gorecki con le sue
suggestioni medioevali...
R. – Fenomeni consumistici che m'interessano poco.
D. – Ma ci sono compositori autorevoli che hanno messo la fede al primo posto,
come Pärt o Penderecki...
R. – A loro manca il senso liturgico. Anche Mozart è grande, ma dubito che la
sua musica sacra stia tanto a suo agio in una cattedrale. Il canto gregoriano e
Palestrina invece sono un tutt'uno con la liturgia.
D. – Nelle lettere di Mozart in effetti non traspare un gran sentimento
religioso. Eppure, nell'“et incarnatus est” della sua Messa in do minore, quel
farsi voce di soprano degli strumenti a fiato ci spiega perfettamente il mistero
dell'incarnazione...
R. – Non dimentichi che il padre di Mozart era maestro di cappella. Quindi,
volente o nolente, respirò a pieni polmoni l'aria della Chiesa. C'è sempre
qualcosa di concreto, soprattutto nella biografia giovanile di un uomo, a
spiegare tali profondità spirituali. Pensi a Verdi che da ragazzo ebbe come
primo maestro un prete e suonava l'organo a messa.
D. – Lei si sente un po' solo, senza eredi?
R. – Non c'è più nessuno. Mi ritengo l'ultimo maestro di cappella.
D. – Ma a Lipsia, alla chiesa di San Tommaso, c'è il sedicesimo Kantor dai tempi
di Bach...
R. – In Germania, in campo protestante, i figli del compositore dei
brandeburghesi salvaguardano gelosamente la loro identità. Disse giustamente
Verdi che i tedeschi sono figli fedeli di Bach, mentre noi italiani siamo figli
degeneri di Palestrina.
D. – A proposito di Verdi, la grande musica sacra non sempre è compatibile con
la liturgia…
R. – Certamente. La Messa da Requiem di Verdi non può dirsi una messa adatta
alla liturgia, ma pensi con quale potenza penetra il senso del testo! Anche
Beethoven: ascolti l'attacco del Credo. Altro che il movimento ceciliano. Sono
quei capolavori di musica sacra che hanno il loro giusto spazio nelle esecuzioni
concertistiche.
D. – Anche Bruckner era molto ispirato...
R. – Ha il difetto di essere prolisso. La Messa con gli strumenti a fiato,
quella in mi minore, è assai noiosa.
D. – Aveva ragione Mahler a dire che era “mezzo dio e mezzo babbeo”?
R. – È così. Aveva dei momenti straordinari, ad esempio quando trattava gli
archi con grande sapienza. Ma poi cominciava a strombettare e allora...
D. – E Mahler le piace?
R. – Come il precedente. Momenti belli, ma assai ripetitivo. Verrebbe da
gridargli a un certo punto: taglia, abbiamo capito!
D. – Secondo Ratzinger c'è la musica come fenomeno di massa, pop, che si misura
sui valori del mercato. E quella colta, cerebrale, destinata a una piccola
élite...
R. – È la musica dei moderni, da Schönberg in poi, ma la musica sacra deve
proseguire lo spirito del canto gregoriano e rispettare la liturgia. Il cantore
in chiesa non fa l’artista, fa il predicatore, ovvero predica cantando.
D. – Lei invidia un po’ le Chiese orientali?
R. – Giustamente non hanno cambiato niente. La Chiesa cattolica ha rinunciato a
se stessa e alla propria fisionomia, come quelle donne che si fanno la plastica
facciale: poi non si riconoscono più e qualche volta gliene derivano anche serie
conseguenze.
D. – Fu suo padre ad avvicinarla alla musica?
R. – Era un operaio di una fabbrica di laterizi a Borgo San Lorenzo in provincia
di Firenze. Amava cantare in chiesa. E le romanze di Verdi e di Donizetti. Ma
allora cantavano tutti: i contadini mentre potavano le viti, il calzolaio mentre
rifiniva le suole. C'erano le bande in piazza, durante le feste arrivavano le
guide musicali da Firenze e il teatro del paese aveva due stagioni d’opera
all’anno. È tutto finito.
D. – In Italia i governi hanno pure tagliato i finanziamenti a orchestre e
teatri...
R. – Hanno fatto bene. Negli enti c’è troppa gente che vegeta. Prenda ad esempio
gli uffici amministrativi: prima c'erano quattro o cinque persone, adesso sono
venti-venticinque.
D. – In che senso Palestrina, Lasso o Victoria possono considerarsi attuali?
R. – Per la loro densità musicale. Palestrina è il primo patriarca che ha capito
che cosa vuol dire far musica; lui ha intuito la necessità di una scrittura
contrappuntistica vincolata dal testo, aliena dalla complessità e dai canoni
della scrittura fiamminga.
D. – Per il filosofo Schopenhauer la musica è il culmine di tutte le arti,
oggettivazione immediata della Volontà. Per i cattolici può definirsi
espressione diretta di Dio, quanto il Verbo?
R. – La musica è arte con la “a” maiuscola. La scultura ha il marmo,
l'architettura l'edificio... La musica la vedi solo con gli occhi dello spirito,
ti entra dentro. E la Chiesa ha il merito di averla coltivata nelle sue
cantorie, di averle dato la grammatica e la sintassi. La musica è l'anima della
parola che diventa arte. In definitiva, ti dispone a scoprire e accogliere la
bellezza di Dio. Per questo più che mai oggi la Chiesa deve sapersene
riappropriare.
Fonte: www.chiesa