I.Art.E
Ideias ... MÚSICA
Canto gregoriano: possibilità e condizioni per un rilancio
di Valentino Miserachs Grau
Che l’assemblea dei fedeli, nella celebrazione dei sacri riti e specialmente
nella santa messa, partecipi cantando in gregoriano le parti che le spettano, è
non solo possibile, ma è anzitutto auspicabile.
Non è una mia opinione, ma è il pensiero della Chiesa. Si veda a tal proposito
tutta la documentazione che va dal motu proprio “Inter Sollicitudines” di san
Pio X fino ai giorni nostri, passando attraverso Pio XII (“Musicae Sacrae
Disciplina”), il capitolo VI della costituzione sulla liturgia del Concilio
Vaticano II, la successiva istruzione della congregazione dei riti del 1967, e
il recente chirografo di Giovanni Paolo II, commemorativo del centenario
dell’”Inter Sollicitudines” del 1903.
Valga come esempio quanto ha
detto l’ultimo sinodo dei vescovi, lo scorso ottobre, nelle conclusioni: “I
sacerdoti, fin dal seminario, siano preparati a comprendere e celebrare la santa
messa in latino, nonché [...] a saper valorizzare il canto gregoriano. [...] Gli
stessi fedeli siano educati in questo senso”.
La motivazione di tale auspicio è largamente dimostrabile, se non addirittura
evidente. È infatti incomprensibile quanto è accaduto negli ultimi quaranta anni,
specie nei paesi latini, relativamente alla messa al bando quasi assoluta del
latino e del canto gregoriano. Incomprensibile e deprecabile.
Il latino e il canto gregoriano, intimamente uniti alle fonti bibliche,
patristiche e liturgiche, fanno parte di quella “lex orandi” che si è forgiata
nell’arco di quasi venti secoli. Perché una tale amputazione a cuor leggero?
Sarebbe come tagliare le radici, ora che di radici tanto si parla.
Oscurando tutto ad un tratto la tradizione orante formatasi in due millenni, si
sono create le condizioni favorevoli ad una eterogenea ed anarchica
proliferazione di nuovi prodotti musicali che, nella maggioranza dei casi, non
hanno saputo o potuto radicarsi nella irrinunciabile tradizione della Chiesa,
arrecando non solo un generale impoverimento, bensì un danno di ben difficile
riparazione, ammesso che si voglia porre ad esso un effettivo rimedio.
Il canto gregoriano assembleare non solo può ma deve essere ripristinato,
accanto a quello della “schola” e dei celebranti, se si vuole un ritorno alla
serietà della liturgia, alla santità, bontà di forme e universalità che devono
caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, come insegna san Pio
X e ribadisce Giovanni Paolo II, senza mutare una virgola. Come potrebbero mai
delle cantilene melense, calcate sui modelli della più triviale musica leggera,
sostituirsi alla nobiltà e robustezza delle melodie gregoriane, anche le più
semplici, capaci di elevare il cuore del popolo alle regioni celesti?
Abbiamo sottovalutato il popolo cristiano nella sua capacità di apprendimento,
l’abbiamo quasi costretto a scordare le melodie gregoriane che conosceva, invece
di ampliarne e approfondirne la conoscenza, anche con una giusta istruzione sul
significato dei testi, e l’abbiamo imbottito di banalità.
Tagliando in questo modo il cordone ombelicale della tradizione, abbiamo fatto
sì che anche i nuovi compositori di musiche liturgiche nelle lingue vive – dato
e non concesso che abbiano la preparazione tecnica sufficiente – manchino di
quell’“humus” indispensabile per comporre in consonanza con lo spirito della
Chiesa.
Abbiamo sottovalutato – insisto – le capacità di apprendimento del popolo. È
ovvio che non tutto il repertorio è proponibile al popolo; questa è stata un
“distorsione” di quella giusta partecipazione che si richiede all’assemblea,
come se, in materia di canto liturgico, il popolo dovesse essere l’unico
protagonista della scena. Rispettiamo il giusto ordine delle cose: canti il
popolo quel che gli spetta, ma si rispetti altresì il ruolo della “schola”, del
cantore, del salmista e, naturalmente, del celebrante e dei vari ministri, i
quali, invece, spesso preferiscono non cantare. Come sottolinea Giovanni Paolo
II nel recente chirografo: “Dal buon coordinamento di tutti – il sacerdote
celebrante e il diacono, gli accoliti, i ministranti, i lettori, il salmista, la
‘schola cantorum’, i musicisti, il cantore, l’assemblea – scaturisce quel giusto
clima spirituale che rende il momento liturgico veramente intenso, partecipato e
fruttuoso”.
Vogliamo un rilancio del canto gregoriano assembleare? Si incominci dalle
acclamazioni, dal Pater Noster, dai canti dell’ordinario della messa, specie il
Kyrie, il Sanctus, l’Agnus Dei. In molti paesi il popolo conosceva bene il Credo
III e l’intero ordinario della messa VIII “de Angelis”, e non solo! Come sapeva
pure il Pange Lingua, la Salve Regina e altre antifone. L’esperienza insegna che
il popolo, dietro ad un semplice invito, si mette a cantare anche la Missa
Brevis e altre melodie gregoriane facili che ha nell’orecchio, anche se è la
prima volta che le canta. C’è un repertorio minimo da imparare, contenuto nel
“Jubilate Deo” di Paolo VI, o nel “Liber Cantualis”. Se si abitua il popolo a
cantare quel repertorio gregoriano che gli si confà, sarà allenato a imparare
anche i canti nuovi nelle lingue vive, quei canti, si intende, degni di stare
accanto al repertorio gregoriano, che dovrebbe conservare sempre il primato.
Occorre un’opera perseverante di educazione. Questa è la prima condizione per un
recupero doveroso e necessario: cosa che sovente noi sacerdoti dimentichiamo,
pronti a scegliere le soluzioni che comportano il minimo sforzo. O preferiamo,
al posto di un sostanzioso nutrimento spirituale, stuzzicare l’orecchio con
delle melodie “piacevoli” o con alienanti strimpellamenti di chitarre,
dimenticando che, come osservava acutamente il futuro papa Pio X al clero di
Venezia, il piacere non è mai stato il giusto criterio per giudicare nelle cose
sacre?
Occorre un lavoro di formazione. E come potremmo formare il popolo, se noi siamo
i primi a non essere formati? Si è recentemente svolto presso il Pontificio
Istituto di Musica Sacra il congresso generale della “Consociatio
Internationalis Musicae Sacrae” che ha affrontato proprio questo argomento: la
formazione del clero nella musica sacra. È ormai da tanti anni che manca quasi
completamente ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose una vera formazione
nella tradizione musicale della Chiesa; manca anzi la più elementare formazione
musicale. San Pio X capì benissimo, e con lui tutto il susseguente magistero
della Chiesa, che è impossibile qualsiasi opera di riforma o di recupero senza
un’adeguata formazione.
Uno dei frutti più sostanziosi del “motu proprio” del 1903, che perdura nel
tempo e che ringiovanisce ai giorni nostri, è proprio, a Roma, il Pontificio
Istituto di Musica Sacra, ormai avviato al suo centenario di fondazione. Quanti
maestri di canto gregoriano, di polifonia, di organo, quanti operatori della
musica sacra, sparsi in ogni angolo della geografia cattolica, si sono formati
nelle sue aule! Per non parlare delle altre scuole superiori di musica sacra, e
anche delle scuole diocesane, e dei vari corsi e seminari di formazione
liturgico-musicale. Ma vi si insegna davvero il canto gregoriano? E come lo si
insegna? Non è invalso piuttosto il pregiudizio che il canto gregoriano è ormai
cosa sorpassata, da archiviare definitivamente?
Che grave sbaglio! Oserei dire che senza il canto gregoriano la musica di Chiesa
è mutila, che non ci può essere anzi musica di Chiesa senza canto gregoriano.
I grandi maestri della polifonia sono ancora più grandi quando si basano sul
canto gregoriano, ricavandone le tematiche, la modalità e la poliritmia. Per
questo spirito che ne informa la raffinata tecnica, per questa fedele aderenza
al testo sacro e al momento liturgico, sono stati grandi Palestrina, Lasso,
Victoria, Guerrero, Morales, e via dicendo.
Tanto più valido è il rinnovamento scaturito dall’”Inter Sollicitudines” quanto
più si ispira al canto gregoriano. Il migliore Perosi, il migliore Refice e, ai
tempi nostri, Bartolucci, hanno fatto del canto gregoriano la sostanza della
propria musica. E non solo nelle composizioni complesse o corali, ma anche nel
creare nuove melodie, in latino o in volgare, sia per la liturgia che per gli
atti devozionali.
Il vero canto popolare sacro, tanto più sarà valido e sostanzioso quanto più si
ispirerà al canto gregoriano. Giovanni Paolo II ha fatto integralmente suo il
principio affermato da san Pio X: “Una composizione di Chiesa è tanto più sacra
e liturgica, quanto più nell’andamento, nell’ispirazione e nel sapore si accosta
alla melodia gregoriana, e tanto meno è degna quanto più da quel supremo modello
si riconosce difforme”.
Ma come si potrà mai affrontare la creazione di un repertorio di qualità per la
liturgia, anche nelle lingue vive, se i compositori disconoscono il canto
gregoriano?
Certo, la migliore scuola per impadronirsi di un repertorio, per penetrarne i
segreti, è la viva pratica di esso: cosa che noi, generazione-ponte fra l’antico
e il nuovo, abbiamo ancora avuto la fortuna di sperimentare.
Ma dopo di noi, purtroppo, è calato il sipario. Perché questa ritrosìa a
ripristinare, totalmente o parzialmente a seconda dei casi, la messa in canto
gregoriano e in latino? Le generazioni di oggi sono forse più ignoranti di
quelle passate?
Il nuovo messale propone i testi dell’ordinario, accanto alle lingue vive, anche
in latino. La Chiesa lo desidera. Perché ci dovrebbe mancare il coraggio di una
conversione?
II canto gregoriano non deve rimanere nell’ambito dell’accademia, o del
concerto, o delle incisioni discografiche, non si deve mummificare come reperto
da museo, ma deve tornare a essere canto vivo, anche dell’assemblea, che troverà
in esso l’appagamento delle più profonde tensioni spirituali, e si sentirà
veramente popolo di Dio.
È ora di rompere gli indugi, e dalle chiese cattedrali, dalle chiese maggiori,
dai monasteri, dai conventi, dai seminari e case di formazione religiosa deve
venire l’esempio illuminante. E così anche le umili parrocchie finiranno per
essere contagiate dalla bellezza suprema del canto della Chiesa.
E il canto gregoriano riecheggerà suadente, e amalgamerà il popolo nel vero
senso della cattolicità.
E lo spirito del canto gregoriano informerà le composizioni di nuovo conio, e
guiderà col vero “sensus Ecclesiae” gli sforzi di una retta inculturazione.
Anzi, direi che le melodie delle varie tradizioni locali, anche di paesi lontani
e di cultura ben diversa da quella europea, sono parenti prossime del canto
gregoriano, e anche in questo senso il canto gregoriano è veramente universale,
a tutti proponibile, e capace di fare da amalgama, nel rispetto dell’unità e
della pluralità.
D’altronde sono proprio questi paesi lontani, queste culture che si sono
affacciate di recente sull’orizzonte della Chiesa cattolica, ad insegnarci l’amore
per il canto tradizionale della Chiesa. Queste Chiese giovani dell’Africa o dell’Asia,
unitamente all’aiuto ministeriale che stanno già dando alle nostre stanche
Chiese europee, daranno a noi l’orgoglio di riconoscere, anche nel canto, da
quale pietra siamo stati tagliati, e ben venga!
Due altri fattori che ritengo indispensabili per la ripresa della pratica
gregoriana e della buona musica sacra sono i seguenti:
1. – Anzitutto, circa la necessità della formazione musicale di preti, religiosi
e fedeli, occorre serietà, onde evitare i dilettantismi e il pressappochismo di
certi volontariati. Occorre ingaggiare nel lavoro – assicurando una giusta
remunerazione – chi con tanta fatica si è preparato a tale servizio. Bisogna, in
una parola, saper spendere per la musica. È impensabile che si spenda per ogni
cosa, fiori e addobbi compresi, fuorché per la musica. Che senso avrebbe
incoraggiare i giovani allo studio, e poi tenerli disoccupati, se non
addirittura umiliati o tartassati dai nostri capricci e dalla nostra scarsa
serietà?
2. – Il secondo fattore necessario è la concordia nell’azione. Ricordava
Giovanni Paolo II: “L’aspetto musicale delle celebrazioni liturgiche non può
essere lasciato né all’improvvisazione, né all’arbitrio dei singoli, ma deve
essere affidato a una ben concertata direzione nel rispetto delle norme e delle
competenze, quale significativo frutto di un’adeguata formazione liturgica”. Il
rispetto delle norme, dunque. E quanto è nel desiderio ormai generalizzato. Si
attendono indicazioni autorevoli e impartite con autorità. E questo è un
servizio che, coordinando tutte le iniziative e le istanze locali, compete di
buon diritto alla Chiesa di Roma, alla Santa Sede. Questo è il momento opportuno,
e non c’è tempo da perdere.
Fonte: www.chiesa